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Comunicazione del Presidente della Commissione Legale
La battaglia di Nikolajewka
L’INTERVENTO DEL GEN. COLOMBINI FA RIVIVERE TUTTA LA TRAGEDIA
MA ANCHE LA GLORIA ED IL VALORE DEGLI ALPINI

Il Gen. di Corpo d’Armata Sergio Colombini, già Tenente dell’8° Rgt. Alpini della Julia, passato successivamente all’Arma dei Carabinieri di cui divenne Vice-Comandante Generale, è intervenuto quale Ospite d’onore a Pordenone alla celebrazione del 62° Anniversario della battaglia di Nikolajewka.

Portando, per l’occasione il suo cappello con la penna nera, di quando era Ten. della Julia, nella quale aveva servito per 41 mesi come alfiere dell’8° Rgt., ha raccontato gli episodi salienti di quella campagna e della battaglia di Nikolajewka., avendo ascoltato dalla viva voce del Cap. Ebene, Cap. Moro, Cap. Martino Poli, C.te la 50^ Comp. dell’Edolo, tutti ufficiali reduci di Russia, i racconti ancora impressi nella sua memoria.

Sull’onda di quei ricordi l’Alpino Colombini con voce forte, solenne, quasi a voler coprire l’emozione, iniziava la cronaca di quella giornata infinita, della battaglia più sofferta: Nikolajewka.

“Il Corpo d’Armata Alpino inquadrato nell’8^ Armata Italiana  era giunto sul fronte russo a metà del luglio 1942. La componeva la Div. Tridentina che si schierò sul Don al Nord, la Julia al centro e la Cuneense sulla destra; a sinistra la seconda Armata Ungherese a destra la terza Armata Romena. In mezzo a noi, lo vedremo dopo, i resti del 24 corpo tedesco, una fortuna per i collegamenti perché gli unici collegamenti durante la ritirata furono assicurati dai 4 semoventi tedeschi. Perché ci fu la ritirata? Perché lo sfondamento del fronte avvenne in primo tempo, dopo 3 mesi circa di sosta in cui gli Alpini si erano trincerati e fortificati lungo la sponda del Don rendendola imprendibile: camminamenti, postazioni, ricoveri, riserve di munizioni, scorte, tutto era assicurato per trascorrere l’inverno 1942-43. 

I tentativi russi si infransero contro le nostre divisioni alpine, contro i capisaldi avanzati. Ricordiamo che a tergo c’erano solo 5 battaglioni in riserva, Questa era tutta la riserva che aveva il Corpo d’Armata Alpino. Quando si ruppe quella tregua. Diciamo tregua perché la guerra di pattuglie era ogni giorni lungo il Don. Quando si ruppe quella tregua, l’operazione Piccolo Saturno delle Armate Sovietiche colpì dove era più favorevole, lungo il Caliga, il solco di un fiume sul quale si congiungeva il Corpo d’Armata Alpino col secondo Corpo d’Armata: Cosseria e Ravenna. 

Purtroppo questo sfondamento avvenne e insieme fu superato il 24° Corpo corazzato tedesco che come dicevo prima si ridusse a pochissime unità, a pochissimi mezzi corazzati e la Julia fu presa di peso, prima con un gruppo d’intervento dell’Aquila, arrivò a saturare le falle, a tener chiusa la porta, secondo gli ordini che aveva ricevuto dal Gen. Nasci, comandante del Corpo d’Armata Alpino, la Julia tenne saldo dal 17 dicembre al 17 gennaio, un mese esatto di combattimenti: quella porta fu tenuta chiusa. 

Purtroppo la Julia priva di collegamenti non sapeva che al di là della porta lo stipite era crollato ed era crollato  nel settore romeno. E dal settore romeno penetravano le colonne di carri armati seguite da quelle truppe che sono truppe da non sottovalutare, Il russo è un soldato molto sobrio, si  nutriva di poco, era molto ben vestito, difendeva la sua patria, aveva un armamento invidiabile. I nostri alpini avevano ancora il fucile  ’91: 8 colpi al minuto, quando andava bene. Il parabellum russo sparava 100 colpi al minuto. Poco fa un reduce di Russia mi faceva vedere la pallottola calibro 7,62 che per trent’anni e più ha tenuto nel suo corpo. Me la faceva vedere con orgoglio. Quando si verificò il 13 gennaio sulla sinistra lo sfondamento dell’armata ungherese, non del corpo d’armata alpino, del corpo d’armata ungherese, il 7°, che si ritirò senza avvisare il corpo d’armata alpino: nessun collegamento. E quindi sul Don fin al 17-18 di gennaio c’erano solo gli Alpini.  L’ordine di ripiegamento per gli alpini arriverà in ritardo. 

Bastavano, lo dicono gli storici, mi riferisco alla relazione ufficiale dello Stato Maggiore ed alla Storia delle Truppe Alpine pubblicata dall’ANA in tre volumi dove ci sono tantissime testimonianza dirette. Lo sfondamento crea una situazione impossibile per il corpo d’armata. Il Gen. Nasci ordina la ritirata da Podgornje su Postojalyi. I primi combattimenti si hanno subito, a cavallo di Postojalyi che non si riesce ad occupare, il Vestone da una parte il Verona dall’altra, magnifici battaglioni del 6°, Col. Signorini, riescono ad aver ragione in due giorni di combattimenti asperrimi della resistenza russa e Postojalyi può esser occupata dalla colonna del Col. Adami, 5° Alpini e da qui il Gen. Nasci che segue le vicende della Tridentina per tutta la ritirata, da ordine di raggiungere le grandi unità, da l’ordine di raggiungere una linea di sicurezza, profondità: 40, 50 chilometri, in modo da garantire che i Russi non riescano a chiudere la sacca. 

Ma i Russi sono penetrati in profondità con una tecnica che non avevano mai usato. Prima sfondavano, poi circondavano e poi piano, piano eliminavano le residue resistenze. Ora non hanno tempo. Una dovizia di carri armati, regalo anche degli Stati Uniti riescono a penetrare in varie colonne e a creare piccole sacche. La direzione che viene data di marcia per tutte le grandi unità è quella verso Valujki, uno dei centri più importanti. Allora la Julia aveva difeso Rossosch, centro che cadde poi il 15 gennaio in mani Russe, allora si punta verso Valujki. Per arrivare a Valujki le tappe sono infinite. I reduci qui le ricordano meglio di me, ma indubbiamente i combattimenti sono stato che dice 9 chi dice 11. Io sono arrivato a contarne sicuramente una dozzina, che ridussero i nostri battaglioni a 500 – 400 uomini. Questa la realtà. E quando si prese la strada per Valujki ci si trovò di fronte Sejatila, altro centro di resistenza grossissimo fortificato dai Russi dove non si passava. 

Allora il Gen. Reverberi decise, ricordiamo questo è un dato molto importante nella storia della ritirata di Russia, decise di dividere la Tridentina in due parti: una avanguardia forte, robusta in grado di combattere e di aprirsi la strada e un grosso al tergo con le artiglierie pesanti e i servizi, quello che si poteva salvare dei servizi, perché dopo i primi due, tre giorni di combattimento siamo già al 21 di gennaio, viveri non ce n’erano più, c’era solamente un servizio di sanità che funzionava con quelle slitte di circostanza che i reduci sicuramente ricordano a cui nessuno della catena logistica d’intendenza aveva pensato e che furono create dall’inventiva, dalla capacità, dall’ardimento dei nostri alpini. 

Quei pochi muli che si erano portati in prima linea, perché le salmerie erano arretrate, tiravano delle slitte con dei cariche enormi, carichi di feriti, di congelati, perché bisogna considerare che si combatteva a -35°C,-40°C nel vento gelido, nella bufera, nella neve altissima e il servizio di sanità ha cercato di funzionare fino che ha potuto. Quando si arriva a Sejatila i combattimenti sono asprissimi. Sempre in testa c’è il Gen. Reverberi col 6° alpini col Btg. Vestone e Val Chiese, coi Gruppi Vicenza e Bergamo. Artiglieria da Montagna affiancata ai fratelli Alpini così come era nell’addestramento che ci avrebbe dovuto portare sul Caucaso e non sul Don a combattere. 

Per il Caucaso gli alpini erano preparati, per il Don in pianura non avevano mezzi di trasporto, non avevano collegamenti buoni, non avevano soprattutto un tipo di addestramento a combattere contro i carri avversari, anche se bisogna dire l’ardimento delle compagnie di accompagnamento che avevano il 47/32 e delle compagnie reggimentali col 76/38 sono riuscite più volte ad aver ragione dei carri sovietici che colpivano e stritolavano i nostri uomini. Quanti artiglieri e quanti mortaisti sono morti sui loro pezzi travolti dai carri sovietici senza arretrare di un passo. E si occupa Sejatila con combattimenti in cui sempre l’avanguardia, sempre il Val Chiese, sempre il Vestone, perché il Verona era in retroguardia e il 5° col grosso seguiva al completo. E si sfonda, si passa, si va verso Valujki ma, fortunatamente arriva una notizia sul semovente tedesco: attenzione che Valujki è occupata da una divisione corazzata sovietica, non passerete. 

Allora il Gen. Nasci da l’ordine di cambiare direzione e qui è la tragedia della Julia e della Cuneense che non ricevono quest’ordine. La Tridentina si dirige verso Nord-Ovest sempre in ritirata e incontra ancora un’ulteriore resistenza, prima di arrivare il 24 gennaio nella zona di Arnautowo a due passi da Nikolajewka che era l’obiettivo che il Gen. Nasci aveva dato alle grandi unità da raggiungere per poter uscire definitivamente dalla sacca, in base alle notizie ricevute dalla risoluzione delle cicogne tedesche. E qui ci sono i preparativi per la battaglia di Nikolajewka. Ecco come si è arrivati a Nikolajewka. 

Una divisione ferrea che si è sacrificata in ripetuti e continuati attacchi che ha perso l’80% dei suoi effettivi, che nella sola battaglia della notte di Arnautowo, nel primo combattimento, perché ce n’erano stati 2.  Alla mattina fortunatamente è arrivato il Tirano del 5° alpini  che ha tirati fuori dai guai il Val Chiese e quindi si sono rimessi in scaglione di riserva. Ma l’avanguardia, quell’eroica avanguardia del Vestone e del Val Chiese a cui si era aggiunto in ultimo il Verona arriva alle porte di Nikolajewka.  E a Nikolajewka i nostri reduci lo ricordano, ho visto il quadro che è stato collocato nella bella sede nostra di Pordenone, hanno ricostruito quello che l’allora Ten.Col. Chierici, partito coi semoventi tedeschi, aveva osservato andando a fare la ricognizione. Accortosi, però, che c’erano i controcarro ha lasciato i semoventi e se n’è andato a piedi e ha studiato da buon comandante che cosa dovevano fare i suoi soldati. 

Nikolajewka è una grande discesa coperta di neve. Immaginate una grande discesa cosparsa di neve, immaginate questa colonna. E non abbiamo ancora parlato degli sbandati. Dietro a questi uomini che combattevano e le cui file si erano assottigliate senza perdere mai. Una compagnia era ridotta a un plotone, non importa, quel tenente sopravvissuto comandava tutti gli alpini della compagnia…. Veniva la mattina del 26 gennaio. L’avanguardia col Gen. Reverberi decide di attaccare. In fondo a questa discesa immaginate un grande terrapieno ferroviario con una linea a doppio binario alta due, tre metri, con un grande steccato che proteggeva dalla neve e poi al di là subito una grande erta ripida che dava verso le isbe del paese di Nikolajewka. 

Non si attendono i rincalzi che non possono arrivare, bloccati da migliaia di sbandati. Chi dice 15 chi 17.000. Le cifre sono un po’ così. Sbandati, non erano poi tutti disarmati perché erano in parte reduci da combattimenti che erano riusciti a uscire dalle piccole sacche precedenti. Il Btg. L’Aquila dell’8°, infatti, era riuscito a raggiungere questi reparti. Ma era difficile serrare sotto in una massa di gente che stava ormai immota ad attendere che chi era avanti sfondasse. All’inizio le compagnie riescono a superare il terrapieno ferroviario, arrivano fino a tre, quattrocento metri di profondità, conquistano la stazione ferroviaria, nodo centrale della manovra ma non riescono a conquistare la chiesa. Si fermano li. 

Mancano le munizioni, manca tutto ormai perché, pensate per quanti giorni, per dieci giorni questi reparti hanno portato dietro le armi e le munizioni. C’è in nostro vecchio amico, purtroppo è morto, Cap. Malarotti, coi 4 pezzi da 65/13 schierati con gli alpini delle compagnie del Val Chiese e del Vestone,  sono li uno accanto all’altro, li vediamo, sparano a zero cogli ultimi colpi delle batterie. Poi sono costretti ad arretrare, tutti meno quelli che occupano la stazione. La stazione rimane il perno del Btg. Val Chiese, 255^ Compagnia Cap. Zani Med. D’Oro. Non dimentichiamo questi episodi a –40°C, senza poter aiutare i feriti, i congelati. Ma non si stancarono, neanche i muli si stancarono benedetti muli che hanno portato le armi e le munizioni fino all’ultimo. Si fermavano sulla pista e morivano congelati. 

Questa è la storia del Corpo d’Armata Alpino. Ma arrivano i rincalzi col Col. Adami, Btg. Tirano ridotto ad una compagnia, ma c’è l’Edolo che è ancora quasi intatto, nel senso che le tre compagnie ci sono ancora coi tre comandanti. Si dispongono sotto il terrapieno. Il Gen. Reverberi dice chiaro al comandante di battaglione: o l’Edolo riesce a sfondare o qui moriamo tutti stanotte congelati. Perché le notti che gli alpini hanno fatto in piedi, non all’addiaccio non potevano stendersi, chi si stendeva era morto. 

Gli alpini dovevano stare in piedi, camminare anche di notte, non passare lungo le vie dove potevano essere attesi dai russi, non dovevano questi pochi reparti frammischiarsi agli sbandati perché altrimenti avrebbero perso la loro capacità operativa. E l’Edolo compie il miracolo, supera lo sbarramento, col fuoco di tutte le artiglierie, il Valcamonica che arriva per ultimo riesce a dare coi suoi pezzi da 65/13 ed il gruppo Fischer tedesco riescono con l’artiglieria ad aprire il varco. Il 26 gennaio la battaglia di Nikolajewka è conclusa. Quel pendio è cosparso di morti, morti combattendo, morti nel gruppo degli sbandati perché gli aerei sovietici in continuazione caracollavano sopra mitragliando e bombardando, quindi creando uno sterminio in questa massa di sbandati. Ricordiamo il valore degli ufficiali comandanti che hanno saputo tenere in pugno alpini meravigliosi, educati, preparati, addestrati, che nel momento tremendo, nella grande ritirata, avevano capito che avrebbero salvato tutti gli altri dietro, sacrificando la loro vita. Avanti, Gen. Riverberi, quel gesto meraviglioso, sale su uno dei due semoventi, grida: Tridentina avanti. E parte l’Edolo, partono i resti del Val Chiese e del Vestone, partono quei pochi dell’Aquila e c’era qualcuno del Tolmezzo, c’era un po’ di tutto ma, soprattutto la valanga di queste decine di migliaia di sbandati che segue gli Alpini che combattono. E anche loro, chi ha il moschetto lo usa come una clava,  la bomba a mano e vanno avanti. I russi a Nikolajewka hanno lasciato un cospicuo bottino di armi, munizioni, ma soprattutto di viveri e medicinali che sono serviti nei giorni poi nel prosieguo della ritirata  che a piedi è durata ancora 4 giorni prima di arrivare il 27 a Ostenska, il 28 a Slowoska, il 29 a Bessarab e il 30 finalmente a Bolshitroisky dove incontrarono i primi elementi dell’intendenza che poterono organizzare subito uno sgombero di 4.000 ammalati e congelati, mentre molti feriti dovettero continuare a piedi ancora per molti giorni. 

Purtroppo, il 1° febbraio il Col. Signorini comandante del 6° muore stroncato da un infarto, il primo giorno dopo aver sfondato a Nikolajewka; muore per tutte le tragedie che ha visto, per tutti i suoi uomini che ha visto morire. 25 medaglie d’Oro: 2 a viventi, Dentesani e Gen. Reverberi. Dodici giorni di marcia; 10, 11 combattimenti di giorno e di notte. Questa è la storia di Nikolajewka, questa è la storia del Corpo d’Armata Alpino, di ciò che resta del Corpo d’Armata Alpino che non è mai stato travolto che non è mai stato fermato, che è riuscito a portare in salvo in totale 35.000 uomini. Le perdite: quando il Corpo d’Armata Alpino partì, luglio 1942, servirono 200 tradotte circa, quando è rientrato ne bastarono 17. Su 15.000 muli, ne sono tornati 1.000.- Questa è la storia di Nikolajewka, questa è la storia del Corpo d’Armata Alpino.”

La conclusione del generale viene interrotta da un applauso e l’ufficiale prosegue: “Il vostro applauso va a coloro che hanno saputo combattere, a quelli che hanno saputo resistere alla tentazione di buttarsi perché era finita, a buttarsi nella neve e dire è finita. No! Ruggenti, sono arrivati alla meta e ci hanno dato un grande ammaestramento. Noi li ringraziamo per questo insegnamento che ci hanno dato, per questa tradizione cha hanno dato alle truppe alpine, per questa gloria che hanno portato al nostro paese.”

Con un lungo applauso liberatorio, i partecipanti esprimevano il proprio apprezzamento ed allo stesso tempo la loro partecipazione all’intenso racconto dell’oratore. In particolare i reduci di Russia avevano seguito con commossa attenzione le parole del Gen. Colombini, che avevano fatto loro rivivere quei momenti ritornati improvvisamente vivi e reali davanti ai loro occhi.

Alpino Daniele Pellissetti
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